Ripensiamo l’impianto della scuola secondaria di primo grado


La scuola media (che a mio avviso si potrebbe ricominciare a chiamare così) è legata a un periodo decisivo nella vita di un ragazzo, oggi percepita come una scuola di passaggio. È il momento in cui si entra pienamente nell’adolescenza, un’età di grandi cambiamenti, di scoperte ma anche di fragilità, insicurezze e domande. È anche il momento in cui, per molti ragazzi, qualcosa si rompe: diminuisce la motivazione, si indebolisce il senso di appartenenza alla scuola e può iniziare a incrinarsi quella fiducia in se stessi che è invece fondamentale per continuare a imparare.

Per questo credo che sia arrivato il momento di aprire una riflessione seria sulla scuola secondaria di primo grado, non per metterne in discussione il valore in modo assoluto, ma proprio perché riconosciamo quanto sia importante. Non penso a una semplice riforma dei programmi o a una modifica organizzativa. Penso a una rivisitazione dell’impianto complessivo dell’esperienza educativa, affinché sia maggiormente coerente con l’età e con i bisogni dei ragazzi che la vivono in relazione alla società di oggi che è profondamente cambiata rispetto al passato.

Oggi abbiamo una scuola spesso molto frammentata, nella quale il sapere rischia di essere percepito come una successione di discipline, ore e valutazioni. Immagino invece una scuola capace di costruire maggiormente connessioni: meno frammentazione e più interdisciplinarità, più laboratori, più esperienza concreta, perché un ragazzo di quell’età non impara soltanto ascoltando tra i banchi, ma anche facendo, sperimentando, collaborando, mettendosi in gioco.

Allo stesso tempo credo sia necessario rafforzare la dimensione personale dell’accompagnamento. Nessun ragazzo dovrebbe sentirsi invisibile dentro la propria scuola. Penso a forme più strutturate di tutoraggio e di accompagnamento, con la capacità di intercettare precocemente difficoltà, disorientamento e perdita di motivazione. Non per sostituirsi alla famiglia o agli insegnanti, ma per creare una rete più forte intorno a ciascuno studente.

C’è poi un’altra dimensione sulla quale dobbiamo avere il coraggio di innovare: la scuola non può essere soltanto l’edificio scolastico. Il territorio può diventare un vero ambiente di apprendimento, molto più di quanto lo sia già oggi: biblioteche, musei, associazioni, imprese, realtà culturali e sportive, natura e comunità possono diventare luoghi nei quali la conoscenza prende forma concreta. Una scuola più aperta e dinamica, capace di partire dal territorio per comprendere il mondo.

E dentro questo percorso credo che il terzo anno della scuola media meriti una riflessione specifica. Senza naturalmente rinunciare agli apprendimenti fondamentali, potrebbe essere un anno nel quale l’orientamento diventa una dimensione centrale e strutturale dell’esperienza scolastica, in modo profondamente diverso da quanto si faccia oggi. Orientare non significa dire a un ragazzo quale scuola superiore sia meglio per lui sulla base di test e confronti fatti in classe (e sappiamo quanto spesso si sbagli nel percorrere questa modalità). Significa innanzitutto aiutarlo a conoscere se stesso, riconoscere le proprie attitudini, scoprire i propri talenti, comprendere le proprie difficoltà e confrontarsi con possibilità diverse. Significa accompagnarlo a guardare al futuro senza che la scelta della scuola superiore diventi una decisione subita o condizionata esclusivamente dal rendimento scolastico.

Anche in questo caso, il territorio può essere il punto di partenza. Il terzo anno potrebbe diventare un anno di esperienze, incontri, laboratori e conoscenza diretta delle diverse realtà: il mondo della formazione, della cultura, della ricerca, delle professioni, delle imprese, dell’artigianato, dello sport e del volontariato. Portare il futuro dentro la scuola e, allo stesso tempo, portare i ragazzi dentro il territorio, per permettere loro di conoscere concretamente ciò che li aspetta e, soprattutto, ciò che potrebbero diventare. Ma attenzione: senza condizionamenti e soprattutto senza pressioni o facendo percepire aspettative da parte degli adulti.

L’orientamento, quindi, non dovrebbe essere una parentesi alla fine del percorso, ma un processo educativo che culmina nel terzo anno, quando il ragazzo è chiamato a compiere una prima scelta importante. Una scelta che dovrebbe essere il più possibile consapevole, personale e (solo) sostenuta dagli adulti, con la serenità di sapere che si può anche cambiare, senza drammi se ci si accorge che forse le proprie attitudini vanno in un’altra direzione.

Questo non significa, però, indebolire gli apprendimenti fondamentali. Al contrario. Una scuola innovativa deve essere forte nelle conoscenze di base, perché senza solide competenze linguistiche, matematiche, scientifiche e digitali non si costruisce autonomia. Ma deve essere anche personale nelle relazioni e aperta al futuro, capace di preparare i ragazzi non soltanto a superare una verifica, ma ad affrontare un mondo che cambia rapidamente.

La sfida, quindi, è tenere insieme queste dimensioni: conoscenze solide, relazioni significative, esperienza, scoperta, orientamento e innovazione. Una scuola in cui la valutazione non è la priorità e rimane sullo sfondo, in cui la priorità diventa invece il percorso di apprendimento, di crescita personale e di maturazione.

Non ho certo una ricetta già pronta. Credo però che abbiamo il dovere di porci la domanda. E credo che questa riflessione debba partire da chi ogni giorno vive la scuola: dirigenti, insegnanti, studenti, famiglie, territori.

Ripensare la scuola media significa, in fondo, fare una cosa molto semplice ma molto ambiziosa: chiederci quale scuola serve a un ragazzo di undici, dodici, tredici anni per non perdere la voglia di imparare, la fiducia nelle proprie capacità e la curiosità verso il futuro. È da questa domanda che, secondo me, dobbiamo partire, e tutte queste saranno le riflessioni che porterò a Roma in quanto, come si sa, la nostra competenza, seppur concorrente, non ci dà la possibilità di incidere in modo strutturale.